“SOTTINTENDENTE” E FEDELISSIMI: NESSUNA AUTONOMIA PER LA SCUOLA TRENTINA

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Il sistema educativo vive da tempo uno stato di scomposto riformismo permanente dovuto al protagonismo di chi smania di lasciare una traccia del proprio passaggio, quasi la scuola sia stata confusa con un succedaneo delle opere pubbliche faraoniche che tradizionalmente segnavano le epoche della politica.

La conseguenza è la spasmodica rincorsa dei nuovi arrivati a cancellare le iniziative dei predecessori, nel tentativo di sostituirle con quelle che portano il proprio nome; prescindendo, naturalmente, da confronto e condivisione con chi la scuola la deve poi far funzionare.

È chiaro che per raggiungere i propri fini il politico ha bisogno di un modello gerarchizzato e fidelizzato attraverso una ferrea catena di comando.

Il risultato è una scuola, in tutte le sue articolazioni, soggiogata da una burocrazia che non si occupa più di supportarne necessità e richieste funzionali alla didattica, ma che funge da interprete delle scelte del politico, che le istituzioni scolastiche e formative sono chiamate ad assecondare ed eseguire. La burocrazia sta asfissiando il mondo della scuola e i suoi operatori, per i quali le attività didattiche sono divenute quasi un corollario rispetto a relazioni, programmazioni, progetti e riunioni il cui unico scopo è spesso la ratifica di decisioni già assunte dal livello gerarchico superiore e dalle quali, per devozione, non ci si può certo discostare.

Il modello è puntualmente rispettato anche dal “nuovo” corso provinciale. Assistiamo allo scontato teatrino che vede sul palco chi, senza tener conto degli esiti e sempre senza confronto, cerca di dimostrare la propria vitalità non sulla base di un progetto innovativo ma, banalmente, procedendo alla demolizione di quanto era stato abbozzato nella passata legislatura oltre che ad accrescere il disegno gerarchico con l’aumento del numero dei dirigenti (“il sottintendente”) e l’istituzionalizzazione delle figure dei “fedelissimi”, edulcorato giusto un po’ con l’adozione dell’inglesismo (middle management).

In realtà l’unica vera esigenza delle scuole è l’autonomia, sempre promessa, talvolta delineata in modo programmatico, mai riconosciuta davvero. Le scuole da sole, senza bisogno di intromissioni, sgravate delle scartoffie in cui la burocrazia le sta annegando per assecondare i desiderata del politico di turno, sarebbero perfettamente in grado di cogliere l’evoluzione del contesto in cui operano. Negli organismi che governano le istituzioni siedono genitori, studenti, docenti, tecnici e rappresentanti della società civile capaci di proporre innovazioni, di attuarle e di valutarne i risultati. Non a caso l’impegno sulle lingue da parte di molte scuole è nato ben prima che politica e burocrazia se ne accorgessero.

Certo, consiglio dell’istituzione e collegio dei docenti dovrebbero essere valorizzati come luoghi in cui le scuole assumono le decisioni che contano sul fronte delle strategie (il primo) e della didattica (il secondo). Quest’ultima dovrebbe divenire poi l’unico faro verso cui dirigere la barca e ad essa andrebbero subordinate le scelte organizzative.

Da ciò era nata l’idea della rinascita della sovrintendenza scolastica che, retta da un sovrintendente proveniente dai ruoli della scuola, avrebbe dovuto sostituire l’odierno dipartimento della conoscenza, riportando l’apparato amministrativo alla sua funzione originaria di strumento a disposizione delle istituzioni scolastiche e formative. Queste, rinforzate da consigli dell’istituzione e collegi docenti come sedi realmente decisionali e non come semplice tappezzeria, si sarebbero viste finalmente riconoscere quell’autonomia finora solo sbandierata e che sarebbe da sola sufficiente a garantire innovazione e crescita.

Purtroppo non è questa la direzione che ha scelto chi governa oggi. Avremo molte poltrone in più da assegnare ai fedelissimi (dal sottintendente al middle management) e qualche insegnante di lingua in meno. L’archetipo però rimarrà quello che vede le scuole come uffici periferici (spesso da ricondurre alla disciplina) di un dipartimento della provincia autonoma e i docenti come impiegati esecutivi. Con buona pace di chi, per un attimo, ci aveva creduto.

Leggi qua l’articolo del quotidiano “l’Adige” in formato PDF: “Degasperi critico con Bisesti”