Gioco d’azzardo e ipocrisia

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A parole in Trentino sono in molti a condannare la piaga del gioco d’azzardo. Il Consiglio si è più volte espresso, sia con norme che con atti di indirizzo, tutti univocamente tesi ad assegnare alla Provincia il ruolo di argine contro il diffondersi per ora incontrastato di questo fenomeno. Purtroppo come spesso capita numeri e fatti raccontano un’altra verità.

Vien da dire che la Provincia autonoma di Trento, grazie a scommesse & c., incassa decine di milioni di euro. E ciò pone l’istituzione in evidente conflitto di interesse. Contrastare il diffondersi delle dipendenze potrebbe comportare la rinuncia a parecchi quattrini. Quanti? Per rendersene conto basta leggere la sequenza degli ultimi bilanci.

Nel 2017 si prevedevano 32 milioni di euro in entrata dall’imposta su pronostici, concorsi e scommesse. Ma, nonostante il dispiegarsi degli effetti della L.P. 13/2015 (interventi per la prevenzione e la cura della dipendenza da gioco) la quota delle giocate che finisce nelle casse provinciali schizza a quasi 51 milioni di euro (2018) per crescere ancora, inesorabilmente, nei due anni successivi: 55 milioni per il 2019 e 56 milioni per il 2020.

Evidente quindi che nemmeno la Provincia ritiene le sue stesse iniziative efficaci, con buona pace di chi si prodiga quotidianamente per aiutare chi finisce in questo circolo vizioso. Certo, per avere un vero bilancio delle iniziative di contrasto alla patologia sarebbe necessario confrontare la riduzione del gettito con la riduzione delle spese sanitarie connesse, con una valutazione sulla qualità della vita che persone e famiglie si vedrebbero restituite. Ma questo evidentemente è un esercizio troppo complesso per chi ci governa.

La conferma si è avuta ieri quando con l’emendamento n. 42.1 all’articolo 28, allegramente approvato dall’aula con 20 sì e 8 no, si è stabilito che gli anni previsti per rimuovere le macchinette mangiasoldi passano da 5 a 7. A voi le conclusioni.


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